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Riferimenti:
Psychotherapy Networker
Bessel van der Kolk
wants to transform the treatment of trauma


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CHI E' VERAMENTE SCIENTIFICO OGGI?
Van der Kolk ed il corpo in psicotraumatologia
Massimo Soldati

Non tutti sanno che la psicotraumatologia moderna ha ricevuto un potente impulso da tecniche di lavoro sul corpo, quali Integrazione Posturale, Hakomi, Emdr ed altre ancora.
Un articolo di Mary Sykes Wylie, pubblicato su  Psychotherapy Networker traccia la storia di più di 20 anni di ricerche di Bessel van der Kolk, una delle maggiori autorità mondiali nel campo. Van der Kolk e' uno studioso appassionato ed ha cominciato il suo lavoro sul trauma ancora prima che, nel 1980, fosse riconosciuta la categoria diagnostica del PTSD (Disturbo Postraumatico da Stress). La sua esperienza con i veterani della guerra del Vietnam prima e con migliaia di casi di traumatizzati poi lo portò ad approfondire la neurobiologia del trauma e scoprire quanto il meglio intenzionato degli psicoterapeuti potesse, senza volerlo, far peggiorare la condizione di un paziente.
Egli cita ad esempio come la presenza sua o di un altro terapeuta maschio potesse far entrare in uno stato di allarme una paziente che aveva subito pesanti abusi sessuali. Spiegava questo col fatto che la memoria del trauma fosse conservata non nelle strutture il cerebrali più vicine al ragionamento, ma in zone più profonde quali l'amigdala, l’ippocampo, l'ipotalamo, il tronco cerebrale che sono assai lontane dal linguaggio e dalla nostra consapevolezza abituale. Egli riteneva percio', e su questo non possiamo che essere d’accordo, che una terapia verbale da sola fosse insufficiente ad andare a contattare queste aree che si rivelavano separate dalla consapevolezza quotidiana, inconsce ed anzi dissociate. Per questo si rivolse nella sua ricerca a varie terapie e metodi di crescita personale che si erano sviluppati nell'ambito del movimento umanistico, quali la psicoterapia corporea, il body work, l'emdr, lo yoga. Sfidando la disapprovazione dei colleghi van der kolk consigliava ai suoi pazienti di fare teatro, praticare le arti marziali e di affidarsi a quelle forme di terapia corporea che non erano ancora state accettate negli ambienti scientifici.
Mary Sykes Wylie sottolinea la sua lotta coraggiosa contro le ristrettezze dell’accademia, che come sempre rifiutava innovazioni che andassero oltre il suo linguaggio ed il suo conosciuto, persino all’inizio la categoria diagnostica di PTSD.

Un grave problema mai risolto della scienza contemporanea e’ la lotta tra i professionisti ed i ricercatori empirici da una parte, cioe’ quelli che hanno a che fare nella vita quotidiana con la necessità pratica di affrontare i problemi dei clienti, posti al vaglio della necessità di essere efficaci di fronte ad una utenza libera di rivolgersi altrove (e toglier loro i guadagni), e dall’altra gli accademici ed i dipendenti del servizio sanitario nazionale, che sono legati ad una ortodossia condivisa, una buona prassi, che deve giustificare la loro funzione pagata dal pubblico (ed i sensi di colpa correlati) con i criteri della scientificita’. Tali criteri possono essere estremamente restrittivi, influenzati da quelle che Popper chiama le mode scientifiche, e costituire un vero ostacolo al progresso. Inoltre la medicalizzazione in atto delle discipline psicologiche porta una ulteriore restrizione congiuntamente al criterio della buona prassi, in quanto tende ad escludere tutta quella ricca parte della psicologia che non parla il linguaggio ospedaliero - medicale - cognitivo - comportamentale. Non lo parla per vari motivi: non ha tempo da perdere a tradurre le sue conoscenze in un linguaggio che comunque e' altro dal suo; non ha tempo per scrivere pubblicazioni che devono raccordarsi con quanto precedentemente scritto, che sono estremamente rimunerative per un accademico, dipendente pubblico, ma non per lui; non desidera per essere ascoltato impiegare un linguaggio che in se e' restrittivo, rispetto ad esempio alla ricchezza di quello psicoanalitico od esistenzialista, in quanto definisce il mondo secondo categorie rigide ed inconsapevoli delle proprie limitazioni, anzi talvolta egoticamente fiere di esse; non ultimo, non ha accesso ai fondi pubblici ed ai giovani ricercatori sottopagati (che in realta’ non ricercano nulla) che possano confermare tramite misurazioni e pubblicazioni celebrative le proprie teorie e prassi (vedi ad esempio  il tentativo di appropriamento da parte dell’area cognitivo-comportamentale e dei suoi stakeholders della terapia dell’autismo, con la scusa del bene pubblico).

Non e’ necessario aspettare una rivoluzione per risolvere i problemi sollevati, sarebbe sufficiente impiegare le risorse in campo in maniera onesta ed aperta. La accademia dovrebbe aprirsi alle novita' - ed all’altro in genere - in maniera piu’ umile, non rinunciando ovviamente alla sua funzione di responsabilita’ scientifica, ma aprendosi alle varie correnti di pensiero e trovando senso, ove ci sia, alle prassi che si sviluppano al di fuori della sua visione forzatamente limitata, in quanto legata al gia’ conosciuto. I ricercatori universitari dovrebbero passare meno tempo a copiare gli scritti di altri per accumulare pubblicazioni al 90 % inutili o celebrative delle loro cattedre, e compiere la loro vera funzione di indagine sul campo, in collegamento diretto con la realta’ della prassi. In questo modo ci sarebbe un controllo scientifico non rigido, ma collaborativo ed evolutivo sulle pratiche innovative che sorgono dal mondo professionale (e limitrofo), dal quale potrebbe scaturire un vero avanzamento scientifico e non la noia politicamente e cattedraticamente limitata che ci affligge.

Dobbiamo renderci conto, e la Psicologia dovrebbe essere in prima linea in questo, che la Scienza e la Coscienza, intesa come consapevolezza, devono interagire e cooperare, ma la prima puo’ solo servire la seconda, unica capace di andare oltre il linguaggio binario e cogliere le sintesi evolutive, pena il blocco, tanto ben esemplificato nei film della serie Terminator, che costellano simbolicamente questa necessita’ attuale della umanita’.


Articolo di Massimo Soldati.
Puo' essere riprodotto solo integralmente, o come breve quotazione, citando l'autore e l'indirizzo di questa pagina

Creative Commons License
This opera by Massimo Dr. Soldati is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.
Foto sotto titolo per gentile concessione di Francesca Vanzetta.
Massimo Soldati e' iscritto e consiglia il network Creativi Culturali












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